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Di soprassalto, sul limite del tempo, dopo la vibrazione insistente e le zampe unghiate, si svegliò.
La bocca asciutta e amara, le labbra aride e sulla fronte un velo di sudore e sebo.
Si rizzò a sedere, un pezzetto di corpo alla volta: aveva dormito male, in quel caldo soffocante, la lama di luce che trapelava feriva gli occhi.
E poi dicono che l’estate è uno spasso, pensò.
Un passo dopo l’altro si trascinò nella sua casa minuscola, un vero guscio di chiocciola: convoluta tra mobili e robaccia accatastati alle pareti. Del resto, ormai, nessuno poteva permettersi più di dieci metri per dieci, al giorno d’oggi.
Tra uno scatolone e l’altro, diligentemente selezionati, si stagliava il silenzio innaturale.
Ecco, l’angoscia, c’era troppo silenzio.
Persino il suo gatto, sempre felpato, era come attutito, apriva le fauci e non usciva nulla, nessun suono.
Allo specchio, un quadratino di dieci centimetri per dieci, si esaminò la faccia. E urlò, così, per provare. Niente, non uscì neanche un flebile suono.
Ripensò al sogno, un sogno tremendo, seppure il senso fosse chiaro: doveva presiedere a una conferenza, in una prestigiosa università.
Là, gli spazi erano immensi, un auditorium che poteva ospitare almeno cinquecento persone, e tutte ben comode. Un capogiro, a ripensarci.
E mentre stava per attaccare con il suo discorso, proprio mentre la prima consonante stava per partire dalla bocca (vestito elegante, moltissime persone riunite, i notabili e i professori sulle sedie accanto a lui, tutti molto distinti e compresi del ruolo), con suo profondo sgomento una voce sottile e canzonatoria pronunciò una sola parola “Tachimendrato!”.
Chiuse di colpo la bocca. Intorno a lui gli esimi dottori lo guardavano severamente.
Riprovò ad aprire la bocca, e ancora, al posto della parola che aveva bene in mente di dire uscì, più cantilenante ancora “Tachimendrato…Tachimendrato!”.
La folla distante cominciava ad agitarsi, allarmata. Due gocce di sudore gli caddero sugli appunti.
Provò una terza e una quarta volta, lo stupore e la disapprovazione mutarono in derisione. Un oceano di centinaia di teste e bocche che ridevano, onde sonore che si infrangevano sui suoi timpani e due enormi gocce gemelle che cascavano dagli occhi.
Poi, finalmente il risveglio.
Ovattato risveglio.
Aprì la bocca allo specchio, riprovò a gridare e di colpo il suono del sogno, quella parola assurda e senza senso “Tachimendrato”, ma un po’ diversa, più… felina?
Si girò: il gatto, invece di miagolare parlava.
Corse così com’era, a piedi nudi e con poco altro addosso fuori dalle circonvoluzioni del suo appartamento, scese di corsa le scale a chiocciola, in strada tutto era calmo, pochi passanti nella calura. Si rivolse a una signora, una barbona che viveva là sotto, lo fissò e con la bocca sdentata e fili di bava gracchiò “Tachimendrato?”.
Camminò a lungo, allucinato, senza sosta. Nella calura il sudore gli ruscellava addosso.
Ogni passante che incrociava, con toni diversi e diverse intonazioni ripetevano quell’oscuro vocabolo. Non parlava più la lingua di nessuno, non capiva più nessuno, neanche se stesso. Come si chiamava? Chi era? Cosa voleva?
Un’unica parola gli rimbombava tra le coclee “Tachimendrato! Tachimendrato! Tachimendrato! Mendratachito! Trachimendato! Dratachimen! CATHEDRA MONTI! RANCA DEMI TOTH! MANDA ORCHETTI! TACHIMENDRATO!”